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Barriere all'azione

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Trascrizione Barriere all'azione


Identificazione dei cavalieri dell'apocalisse comportamentale (F.E.A.R.)

Nel percorso dell'azione impegnata, inevitabilmente sorgeranno degli ostacoli. Non si tratta di errori del processo, ma di parti prevedibili del viaggio.

Per aiutare i clienti a identificarli rapidamente, viene spesso utilizzato l'acronimo F.E.A.R. (Paura in inglese), che suddivide le quattro principali barriere interne.

La F sta per Fusione: la mente ci racconta storie del tipo "non posso", "è troppo difficile" o "fallirò", e noi ci crediamo.

La E sta per aspettative eccessive: poniamo l'asticella così in alto o ci aspettiamo risultati così rapidi che ci scoraggiamo prima ancora di iniziare (perfezionismo).

La A sta per Evitamento (Avoidance): preferiamo fare qualcosa di comodo e meno importante (come guardare i social network) per non provare il disagio del compito importante.

E la R sta per Rimorso o allontanamento dai valori (Remoteness): dimentichiamo perché lo stiamo facendo, perdiamo il contatto con il "perché" profondo e il compito diventa un obbligo vuoto.

Identificare quale di questi "cavalieri" ci sta frenando è il primo passo per superarlo.

Se il problema è la fusione, discuterne non servirà a nulla; abbiamo bisogno di defusione. Se è l'evitamento, abbiamo bisogno di accettazione.

Antidoti al blocco: D.A.R.E. e il concetto di funzionalità

Di fronte alle barriere F.E.A.R., applichiamo gli antidoti D.A.R.E. (Osare).

La D è la Defusione: osservare il pensiero "non ne ho voglia" come un semplice evento mentale e agire comunque.

La A sta per Accettazione: fare spazio al disagio o alla noia che sorgono durante lo svolgimento del compito.

La R sta per Realismo: adeguare gli obiettivi a qualcosa che possiamo fare oggi (abbassare l'asticella).

E la E sta per Embracing values (Abbracciare i valori): riconnettersi con lo scopo sottostante.

Oltre a questi antidoti tecnici, utilizziamo costantemente il concetto di Funzionalità (Workability).

Quando si presenta un ostacolo, la domanda non è "È vero quello che dice la mia mente?" (ad esempio "è vero che sono stanco"), ma "Ascoltare questa stanchezza e restare a casa mi avvicina o mi allontana dalla vita che voglio costruire?". La funzionalità è il criterio supremo.

Se il comportamento di restare a casa funziona per riposarsi e recuperare le energie, è valido. Ma se funziona per perpetuare la depressione e l'isolamento, è disfunzionale.

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