Trascrizione L'autocompassione come antidoto
Silenziare la voce critica interiorizzata
Dopo l'abuso narcisistico, è comune che la vittima interiorizzi la voce critica dell'aggressore, perpetuando il maltrattamento attraverso un dialogo interiore negativo.
Sorgono intensi sentimenti di vergogna, colpa e odio verso se stessi ("come ho potuto essere così stupido/a?", "è colpa mia se sono rimasto/a"). L'autocompassione agisce come antidoto diretto contro questa tossicità residua.
Implica riconoscere attivamente che questa voce critica non è propria, ma un parassita impiantato dall'abuso.
La pratica consiste nell'interrompere questi schemi di pensiero e sostituirli consapevolmente con messaggi di comprensione e perdono, fermando l'autoaggressione che spesso segue il trauma relazionale.
Trattarsi con la gentilezza che si riserverebbe a un amico
L'autocompassione richiede un cambiamento di prospettiva: trattarsi con la stessa gentilezza, pazienza e cura che si offrirebbe a un amico caro o a un bambino che ha sofferto.
Spesso i sopravvissuti sono estremamente empatici con gli altri ma spietati con se stessi.
L'intervento cerca di bilanciare questa equazione, insegnando all'individuo ad essere alleato e custode di se stesso.
Ciò include concedersi il riposo, convalidare il proprio dolore senza giudicarlo e riconoscere che la vulnerabilità mostrata durante la relazione non era un difetto, ma una qualità umana che è stata sfruttata.
Offrire gentilezza a se stessi nei momenti di sofferenza è un'abilità fondamentale di resilienza.
Riconoscimento della sofferenza senza giudizio
Infine, l'autocompassione implica la pratica della consapevolezza applicata al proprio dolore: osservare la sofferenza e riconoscere "questo fa male", "questo è difficile", senza negare l'esperienza né esagerarla.
Invece di fuggire dal dolore o incolpare se stessi per averlo, gli si fa spazio con un atteggiamento di accettazione.
Si riconosce che commettere errori, fidarsi della persona sbagliata o impiegare tempo per guarire sono parti universali dell'esperienza umana, non fallimenti personali imperdonabili.
Eliminando il giudizio morale sulla propria sofferenza ("non dovrei sentirmi così"), si riduce il carico emotivo aggiuntivo e si facilita un processo di guarigione più organico e meno forza
lautocompassione come antidoto