Trascrizione IDENTITÀ ATLETICA E CHIUSURA DELL'IDENTITÀ
Rischi di basare l'autostima esclusivamente sullo sport
Una forte identità atletica è un'arma a doppio taglio: necessaria per ottenere prestazioni elevate, ma pericolosa per la salute mentale se esclusiva.
Quando un individuo si definisce solo come "sono un atleta", la fine della sua carriera (sia per ritiro normativo che per infortunio) comporta la perdita totale del suo "io".
Questa mancanza di diversificazione identitaria è un fattore di rischio per la depressione post-carriera, i problemi finanziari e le crisi familiari.
Le statistiche nei campionati professionistici rivelano alti tassi di bancarotta e divorzio pochi anni dopo il ritiro.
Ciò accade perché l'atleta perde non solo il proprio reddito, ma anche la struttura sociale e la convalida esterna (adulazione, status VIP) che sostenevano la sua autostima.
Un esempio potrebbe essere quello di un calciatore professionista che, dopo anni passati a essere trattato come una celebrità e ad avere tutte le sue esigenze logistiche coperte dal club, si ritira a 35 anni e si ritrova incapace di gestire l'amministrazione di base della sua casa o di trovare soddisfazione nelle attività quotidiane che non offrono l'adrenalina dello stadio.
La transizione di carriera e il vuoto post-ritiro
Il ritiro dallo sport comporta spesso un brusco calo dalla vetta della rilevanza sociale all'anonimato.
Maggiore è lo status raggiunto e più stretta è l'identità atletica, più dura è la caduta.
L'atleta deve affrontare un "vuoto" esistenziale e la realtà che le sue capacità fisiche, un tempo la sua risorsa più grande, non hanno più alcun valore di mercato.
È essenziale separare l'identità sociale da quella atletica prima che arrivi questo momento. Immaginiamo un medaglia olimpica nel nuoto.
Per anni, la sua vita è stata scandita al millesimo di secondo e la sua cerchia sociale limitata alla piscina. Una volta ritiratosi, il telefono smette di squillare e gli sponsor scompaiono.
Se non ha coltivato altri aspetti della sua personalità, può sentirsi "inutile" nel mondo reale.
La sfida psicologica è aiutarlo a capire che il nuoto era ciò che faceva, non ciò che è, e che il suo valore come essere umano va oltre
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