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Storia del coaching: dalla filosofia greca all'impresa moderna - coach professionale
Quando pensiamo all'accompagnamento per sviluppare il potenziale umano, non si tratta di una moda recente, ma di un filo storico che attraversa i millenni. Ciò che oggi chiamiamo coaching si è plasmato a partire da domande, apprendimento guidato e pratica deliberata in contesti diversi. Comprendere questo percorso non è solo cultura generale: aiuta a usare meglio la disciplina nella vita professionale e personale.
Nella Grecia classica, la conversazione era uno strumento per cercare la verità. Socrate, attraverso la maieutica, proponeva domande che aiutavano l'interlocutore a esaminare le proprie convinzioni e a trovare risposte proprie. Più che insegnare contenuti, il filosofo facilitava un processo di scoperta. Questa base dialogica anticipa il cuore del coaching: la fiducia che la persona possiede risorse e che il buon accompagnamento le fa emergere.
L'etica era anche centrale. Conoscersi e agire con virtù importava tanto quanto giungere a una conclusione. Quel equilibrio tra riflessione e azione è ancora valido: non basta «pensarci meglio»; il cambiamento si consolida quando si trasforma in un comportamento osservabile e sostenuto nel tempo.
La figura di Mentor nell'Odissea ispirò l'idea di un consigliere esperto che accompagna chi si avvia. Col tempo, le corporazioni medievali replicarono uno schema simile: maestri che trasmettevano il mestiere agli apprendisti mediante pratica, feedback e responsabilità progressiva. Sebbene oggi distinguiamo chiaramente mentoring e coaching, condividono il principio dell'apprendimento in relazione, con focus sulle competenze e sul giudizio proprio.
L'uso moderno di «coach» si è diffuso nel contesto sportivo anglosassone. Gli allenatori aiutavano gli atleti a coniugare tecnica, mentalità e focus competitivo. Presto divenne chiaro che gestire la pressione, fissare obiettivi e sostenere abitudini erano abilità trasferibili. La metafora viaggiò dal campo di gioco alle aule e, infine, al mondo del lavoro, dove risultati e prestazioni dipendono da persone e team.
Nel XX secolo, la psicologia fornì fondamenti decisivi. La prospettiva umanista di Carl Rogers mise la relazione di aiuto al centro: ascolto empatico, autenticità e considerazione positiva incondizionata. Abraham Maslow sottolineò l'autorrealizzazione come impulso umano. Allo stesso tempo, la ricerca sul cambiamento comportamentale, l'apprendimento sociale, gli obiettivi e il feedback (da Lewin a Locke) fornì strumenti per progettare processi efficaci. La confluenza tra rispetto per la persona e metodi basati sull'evidenza nutrì la pratica moderna.
Negli anni Settanta, Timothy Gallwey mostrò che il principale avversario della performance è spesso «dentro»: convinzioni e dialogo interno. Il suo approccio fece dell'attenzione e dell'osservazione senza giudizio i pilastri del progresso. Poco dopo, John Whitmore articolò il modello GROW (Goal, Reality, Options, Will), che divenne una struttura semplice e potente per condurre conversazioni orientate ai risultati. Parallelamente, emersero contributi dalla comunicazione e dal linguaggio che rafforzarono l'importanza delle domande e delle sottili distinzioni nel modo di vedere i problemi. La disciplina cominciò a differenziarsi dalla consulenza e dalla terapia, con un'identità e uno scopo propri.
Dagli anni Novanta, aziende e dirigenti hanno adottato l'approccio per accelerare l'apprendimento, gestire il cambiamento e sviluppare la leadership. L'«executive coaching» emerse come uno spazio confidenziale per chiarire obiettivi, ampliare prospettive e tradurre strategie in comportamenti. Nei team, l'accompagnamento contribuì a migliorare la coordinazione, il processo decisionale e la responsabilità condivisa. L'impatto divenne visibile quando il coaching smise di essere un rimedio per i problemi e divenne una pratica di sviluppo continuo integrata nella cultura.
Con il tempo, alcune pratiche si sono consolidate per la loro utilità trasversale:
La crescita ha portato con sé standard e associazioni che promuovono competenze, codici di condotta e supervisione. Distinguere il coaching dalla terapia è vitale: il primo è orientato alla performance e al futuro, la seconda al sollievo della sofferenza e alla salute mentale. Importano anche la riservatezza, la chiarezza degli accordi e la valutazione del progresso. Una formazione solida e la pratica supervisionata aiutano a sostenere la qualità in un mercato eterogeneo, dove la promessa facile convive con il lavoro serio.
Esistono critiche fondate: assenza di regolamentazione uniforme, metodologie disparate e difficoltà a misurare l'impatto in contesti complessi. La risposta matura non è difensiva, ma integratrice: più ricerca applicata, valutazione dei risultati allineata agli obiettivi del cliente e trasparenza nei processi. Quando si misura ciò che conta (comportamenti critici, indicatori di team, trasferimento nella vita quotidiana), si osserva con maggiore chiarezza il valore aggiunto e i limiti ragionevoli del processo.
Oggi coesistono formati in presenza e virtuali, piattaforme che ampliano l'accesso e approcci che integrano dati senza perdere il tocco umano. Crescono il coaching di team, l'accompagnamento ai leader agili e l'attenzione al benessere come base della performance sostenibile. Si afferma anche la consapevolezza sistemica: cambiare abitudini individuali è più efficace quando si armonizza con pratiche, incentivi e cultura. Il futuro probabilmente combinerà rigore, sensibilità e tecnologia, con un chiaro orientamento: facilitare che persone e organizzazioni pensino meglio, scelgano meglio e agiscano meglio, con integrità e apprendimento continuo.