Smantellamento dei miti dualistici dell’asessualità e dell’ipersessualità

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Trascrizione  Smantellamento dei miti dualistici dell’asessualità e dell’ipersessualità


La fallacia dell’asessualità o lo stigma dell’essere angelico

Storicamente, la percezione sociale della diversità funzionale è stata influenzata da visioni paternalistiche che riducono la persona alla categoria di essere infantilizzato.

Questo fenomeno alimenta la convinzione infondata che gli individui con una condizione motoria, sensoriale o cognitiva siano privi di impulsi erotici, bisogni affettivi o capacità di desiderare e di essere desiderati.

Etichettandoli con lo stereotipo dell’essere puro o angelico, si rende sistematicamente invisibile la loro dimensione erotica e il loro diritto intrinseco al piacere.

Questa disumanizzazione non solo nega la dimensione corporea del soggetto, ma ne limita anche lo sviluppo integrale privandolo di spazi di intimità, dell’accesso all’educazione affettiva e sessuale e dell’autonomia emotiva.

Per smantellare questo stigma è necessario riconoscere che la capacità di provare sentimenti e di instaurare legami affettivi è una costante biologica e sociale inerente alla condizione umana, indipendentemente da tutte le caratteristiche funzionali e corporee che la persona possiede nella sua vita quotidiana.

La patologizzazione dell’ipersessualità come impulso incontrollabile

All’estremo opposto del mito si colloca l’ipersessualizzazione, una visione distorta che interpreta qualsiasi manifestazione corporea di questo gruppo come un comportamento patologico, aggressivo o inappropriato.

Azioni quotidiane e innocue, come l’esplorazione genitale di sé o la ricerca spontanea di affetto, vengono spesso etichettate ingiustamente come impulsi incontrollati derivanti dalla disabilità stessa.

Questa visione distorta allarma gli ambienti familiari e istituzionali, provocando reazioni punitive, un isolamento ingiustificato o l’uso smodato di farmaci anafrodisiaci per reprimere la libido.

Tuttavia, queste espressioni non costituiscono difetti della personalità né vera e propria ipersessualità, ma manifestazioni naturali dell’erotismo che subiscono le conseguenze di una mancanza di apprendimento riguardo al contesto privato.

L’assenza di spazi adeguati all’intimità e la mancanza di orientamenti formativi portano queste espressioni naturali a manifestarsi in luoghi inadeguati, il che viene erroneamente interpretato come una minaccia o un disturbo comportamentale di natura molto grave.

Approccio pedagogico e diritti umani per la neutralizzazione dei pregiudizi

Per smantellare queste due posizioni estreme è necessario inquadrare l’intervento nel Modello Sociale della Disabilità e nel paradigma dei Diritti Umani.

L’educazione affettiva e sessuale deve allontanarsi sia dall’iperprotezione castrante sia dalla sanzione punitiva.

È indispensabile instaurare una pedagogia basata sull’educazione adattata, utilizzando canali accessibili che consentano di distinguere tra contesti pubblici e privati.

Allo stesso modo, è imperativo garantire il diritto alla privacy, fornendo spazi sicuri in cui l’individuo possa esercitare la propria sovranità sul proprio corpo senza essere giudicato.

La normalizzazione dei comportamenti implica sostituire la punizione con un accompagnamento tecnico, insegnando a incanalare il desiderio entro i limiti sociali condivisi.

Riconoscere la sessualità delle persone con disabilità come un’esperienza div


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