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Neuroscienze applicate alla prestazione

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Trascrizione Neuroscienze applicate alla prestazione


Basi biologiche del cambiamento di mentalità

L'evoluzione più recente e sofisticata del coaching sportivo è arrivata grazie alle neuroscienze.

Oggi non solo sappiamo che il coaching funziona, ma comprendiamo anche perché funziona a livello biologico e cerebrale.

Non si tratta più di una pratica basata solo sull'intuizione o sull'esperienza empirica, ma si fonda sullo studio rigoroso del sistema nervoso.

I progressi tecnologici nella scansione cerebrale hanno dimostrato che gli strumenti conversazionali del coaching hanno un impatto fisico diretto sulla struttura del cervello dell'atleta.

Comprendere l'atleta non solo come una macchina fatta di muscoli e ossa, ma come un sistema complesso in cui biologia, emozioni e pensiero sono interconnessi, è alla base delle prestazioni di alto livello contemporanee

Le domande potenti e la plasticità neuronale

Uno degli strumenti principali del coach, la "domanda potente", agisce come uno stimolante neurobiologico.

Quando un coach formula una domanda che sfida il modo abituale di pensare dell'atleta ("Cosa faresti se non avessi paura di fallire?"), costringe il cervello a uscire dai suoi percorsi neuronali abituali e automatici.

Questo sforzo cognitivo stimola la neuroplasticità, creando letteralmente nuove connessioni neuronali e sinapsi.

Il cervello è costretto a cercare nuove soluzioni e prospettive, ampliando così la sua capacità di risolvere i problemi sul campo di gioco.

Il coaching non insegna le risposte, ma insegna al cervello a generarle, rafforzando le aree della corteccia prefrontale associate alla pianificazione e al processo decisionale strategico.

Biochimica dello stress: cortisolo vs. dopamina

L'approccio positivo e orientato alle soluzioni del coaching ha anche un effetto regolatore sulla chimica del sangue.

Quando un allenatore utilizza la paura o la critica costante (il vecchio modello di "comando e controllo"), aumenta i livelli di cortisolo nell'atleta.

Il cortisolo è l'ormone dello stress che, in eccesso, inibisce la risposta motoria fine, riduce la visione periferica e blocca la creatività tattica.

Al contrario, un approccio di coaching che promuove la fiducia, l'autonomia e il rafforzamento dei risultati riduce il cortisolo e favorisce il rilascio di neurotrasmettitori come la dopamina e la serotonina.

Queste sostanze chimiche migliorano l'umore, la motivazione e la fluidità fisica. Così, il coach moderno agisce come un "farmacista emotivo", gestendo l'ambiente in modo che la biologia dell'atleta sia in uno stato ottimale per competere.

Sommario

La neuroscienza dimostra che gli strumenti del coaching hanno un impatto fisico sulla struttura cerebrale dell'atleta. Non si tratta più solo di intuizione, ma di uno studio rigoroso del sistema nervoso umano.

Le domande potenti costringono il cervello a uscire dai percorsi automatici, stimolando la neuroplasticità. Questo sforzo cognitivo genera nuove connessioni neuronali che rafforzano il processo decisionale strategico critico.

Gestire la biochimica è fondamentale; la paura aumenta il cortisolo, bloccando la creatività. Un approccio positivo libera dopamina e serotonina, migliorando la motivazione e la fluidità fisica dell'atleta.


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